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Anche Google sa qual è il limite: vietato l’uso del tracciamento X-Mode agli sviluppatori Android

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Come sicuramente ormai saprete da diversi anni, mentre l’asset principale nel XIX secolo era l’oro e nel XX secolo il petrolio, nel XXI secolo sono i dati e la profilazione degli utenti. Non è un caso allora che molti sviluppatori, non avendo rispetto dei propri utenti o solo per aumentare i propri profitti, facciano soldi vendendo i dati raccolti a società terze. Google è fra le aziende che beneficiano maggiormente dalla raccolta di dati (motivo per cui alcune aziende con progetti open source si stanno allontanando sempre più dai suoi sistemi) ma anche il colosso di Mountain View sa qual è il limite e sembra che la società X-Mode lo abbia varcato

Secondo il Wall Street Journal, Google ha deciso di vietare agli sviluppatori le cui app sono presenti sul Play Store il sistema di tracciamento sviluppato dall’azienda X-Mode, in quanto ciò permette di raccogliere informazioni sulla posizione e venderli a diversi enti privati.

Google sta offrendo agli sviluppatori sette giorni per rimuovere X-Mode pena la cancellazione dell’app dal Play Store. Gli sviluppatori tuttavia possono chiedere un’estensione fino a 30 giorni.

Secondo quanto riferito, Apple ha trovato 100 app realizzate da 30 sviluppatori che contenevano il software di X-Mode sul proprio App Store. Purtroppo non è chiaro cosa abbia scoperto Google.

X-Mode paga gli sviluppatori di app per incorporare il codice nelle app e raccogliere i dati. Altre società simili a X-Mode acquistano questi stessi dati direttamente dagli sviluppatori di app, anche se secondo Google hanno meno capacità di controllo.

Insomma, l’accesso ai dati degli utenti non è mai stato così facile ma, se persino Google si è convinta che esiste un limite a come i dati vengono raccolti e venduti a società terze, allora le cose non sono per niente rosee per chi vuole avere una privacy quanta più robusta possibile.

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